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Da sempre avevo voluto avere un cane. D’estate, nel paese dove passavamo le vacanze, arrivavo spesso a casa con un cagnolino che, guarda caso, “mi aveva seguito”. Ma la risposta era sempre la stessa: “NO, non possiamo tenerlo (perché abitiamo in un appartamento o  perché i cani trasmettono delle malattie o perché a casa sporcano o perché appartiene già a qualcuno” a seconda del giorno) “e devi riportarlo là dove l’hai trovato”.

Non è che ai miei genitori non piacessero gli animali. Anzi, ho avuto la fortuna di avere un cavallo prima di un cane, cosa che non tutti possono dire. Me lo hanno regalato quando avevo quattordici anni ed è stato il giorno  più felice della mia vita. Ma il punto è che viveva in una scuderia e non a casa, come i cani.

Così, mi sono detta che la prima cosa che avrei fatto appena uscita da casa dei miei genitori sarebbe stato avere un cane. E così è stato. Ma, purtroppo, abbiamo vissuto una spiacevole successione di disgrazie che ha fatto sì che il mio primo cane, una cucciola di Airedale Terrier, morisse prima di avere sei mesi. E anche il secondo cane. E anche il terzo. Tutti prima dei sei mesi e tutti investiti quando erano  con qualcun altro. Inutile spiegare come mi sentivo. Perciò, quando un giorno il mio compagno mi ha regalato un altro cagnolino per il mio compleanno, mi sono detta che questo lo  avrei tenuto  sempre d’occhio e sempre con me. L’unica cosa che chiedevo all’universo era che, al meno questo, morisse da vecchio.

Nus era un cucciolo a pelo lungo del color del  miele, un incrocio fra un pastore catalano (gos d’atura) e una cagnetta da caccia. Mi sono innamorata appena l’ho visto: era timido, dolce e discreto ma anche allegro e affettuoso. Ha imparato molto in fretta a fare le sue cose fuori casa; non ha mai mordicchiato un mobile o distrutto un oggetto ed è stato facilissimo da educare.

Così, lo potevo portare dappertutto ed era bravissimo in ogni situazione. Poteva restare tranquillo fuori dai   negozi, aspettarmi in macchina per ore, lo potevo portare al ristorante o in albergo, veniva con me in viaggio e in ufficio; mi era persino capitato di portarlo all’università e restava in fondo all’aula senza dire niente.

L’unica cosa su cui non eravamo d’accordo erano i gatti, che per lui erano il passatempo più divertente del mondo. Non gli faceva male, li inseguiva soltanto e adorava farli salire su un albero e poi restare sotto ad abbaiare  per ore.

Nus è stato con me nei momenti felici e nei momenti tristi. Mi ha fatto compagnia quando ho avuto l’impressione che mia vita crollasse, si è preso cura di me quando ho perso i miei cari. Ma anche quando ho vissuto tanti momenti bellissimi che la vita ci regala. La sua discreta presenza riempiva il mio spazio. È stato con me quasi diciassette anni e, come avevo pregato all’universo, è morto –con un piccolo aiuto- da vecchio. Un caro vecchietto che mi ha lasciato un segno  profondo e indimenticabile.

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