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Prima  di andare a vivere in Italia non ne sapevo nulla dei dialetti italiani. Anzi, pensavo che esistessero ma che si trattasse soltanto di differenze di pronuncia dipendendo dalla zona, come succede con la lingua spagnola. È stata mia madre, che ha parecchie amicizie italiane, ad informarmi dell’esistenza dei dialetti in Italia e delle loro grandi differenze, quasi come se fossero lingue diverse.  Non gli ho dato troppa importanza visto che il mio scopo al momento di trasferirmi era imparare l’italiano.

Sono andata a vivere a Vicenza, capoluogo del dialetto veneto – vicentino per essere precisi. Uno dei primi posti dove capitai fu il supermercato “Pam”. Quando arrivai alla cassa, la commessa mi disse: “Gheto la carta Pam?” Strabuzzai gli occhi, e mi venne da ridere, non per le parole in sé che appena potevo distinguere dall’italiano ma per la particolare intonazione con cui parlò la cassiera. Mio padre era accanto a me, e io gli dissi: “Ma dove sono  capitata?”

Dopo quel primo, diciamo, incontro con il dialetto Veneto, mi sono ritrovata a lavorare con gente che parlava un italiano standard, con stranieri che come me stavano imparando l’italiano e con la mia coreografa, che era siciliana. Se la sentissi adesso riconoscerei subito la sua cadenza siciliana nel parlare ma a quel momento non lo capivo più di tanto finché non ho conosciuto il mio ex-fidanzato. Lui parlava quasi esclusivamente in vicentino, e io all’inizio non capivo nulla. Chiaro, ero abituata alla coreografa siciliana! Ma dopo qualche anno trascorso a Vicenza, capisco benissimo il veneto, e anche se non lo parlo, quando un paio di anni fa sono andata nel sud d’Italia mi hanno chiesto se ero vicentina. Addirittura parlando con una mia amica veronese per le strade di Roma, abbiamo incrociato due ragazzi che tra di loro si sono detti: “Guarda quelle signorine del nord, che carine!!” E io ho pensato, sí, certo, Barcellona è al nord, ma della Spagna!

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