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Luigi, un collega di lavoro, è venuto a cena con sua moglie. Il suo saluto è stato:

Buona sera, Núria. Quest’appartamento non è proprio vicino alla metropolitana! Otto minuti! Per otto minuti abbiamo dovuto camminare. Siamo stanchissimi! Almeno ci offrissi un cibo appetitoso!

Mentre parlava, lui sorrideva in modo arrogante, con impertinenza, e io non sapevo cosa dire. Semplicemente ho sorriso senza reagire.

Certamente avevo cucinato per qualche ora. Avevo preparato uno dei miei piatti preferiti, con la besciamella. Quando Luigi ha visto la salsa ha detto che non gli piaceva per niente.

Questo atteggiamento mi ha stupito. Da bambina, i miei genitori mi avevano detto con insistenza che non si doveva dire “questo cibo non è buono” oppure “non mi piace”, e mi avevano insegnato che per cortesia si doveva mangiare quello che era nel piatto. E questo collega non voleva neanche per sogno assaggiare il mio piatto!

Ma la serata era appena iniziata!

Il vino non era buono per lui, né l’acqua, né il pesce… Alla fine mi sono tanto arrabbiata che ho deciso di non offrirgli niente come dessert. Ma questo non lo ha persuaso a correggere il suo comportamento. Ha trovato la sedia scomoda e dura, ha ritenuto che il quadro della sala da pranzo fosse poco originale e che l’appartamento fosse troppo grande e caro. Come poteva sostenere una tale affermazione senza conoscerne il prezzo? Io ero convinta che lui non lo conoscesse!

Sua moglie stava zitta. Pareva che lui non le permettesse di parlare. Mi sono chiesta se fosse realmente sua moglie… Oppure l’aveva rapita?

A questo punto mi sono svegliata.

E ho deciso non invitare da me quel collega, il cui nome avrei voluto dimenticare, ma non ho potuto.

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