Paragone tra le scenografie di due versioni di Cavalleria Rusticana

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Paragone tra le scenografie di due versioni di Cavalleria Rusticana

Versione della Wiener Staatsoper e versione del Festibal di Salisbrugo 2015

Siamo davanti a due versioni di Cavalleria Rusticana portate in scena negli ultimi 10 anni. Quella dell’Opera di Vienna è piuttosto tradizionale anche se ha qualche fallita aggiunta al libretto che analizzerò più avanti. Invece, quella rappresentata nel Festibal di Salisburgo è completamente innovativa, anzi se non fosse per la musica di Mascagni diremmo che ci troviamo di fronte a un’opera che non c’entra niente con il racconto di Giovanni Verga.

A Vienna, il sipario si alza durante l’ouverture. Apprezziamo una scenografia tradizionale composta da delle case a sinistra (la prima è la casa di Lola), e una chiesa a destra in cima a delle scale. Entrambi gli edifici sono separati da un vialetto costruito con molta prospettiva che apporta grande profondità alla scena. Diversamente da come ci aspetteremmo trattandosi di un paesino siciliano, le case e la chiesa sono fatte di mattoni e l’illuminazione è molto fredda, giocando sempre tra colori blu e grigi. Quindi ci sembra di vivere questa Cavalleria in un paese del nord uropa anziché della calda Sicilia.

Tanto il coro femminile quantoi solisti sono ben caratterizzati e indossano costumi adatti ai loro personaggi e all’epoca in cui è ambientata l’opera, tranne Alfio e il gli uomini del coro che sono eleganti con dei pantaloni neri e camicia bianca. Alfio, che arriva dal lavoro, fa il carrettiere, mentre gli uomini del paese sono contadini. Dovrebbero essere vestiti da lavoro di quel tempo. Potrei capire il vestito elegante per gli uomini del coro visto che è Pasqua e vanno a messa, ma Alfio non entra nemmeno in chiesa.

Quando il sipario si alza, contrariamente al libretto, Santuzza è già sul palco che osserva diffidente la casa di Lola e vede come Turiddu e la sua amante si sbaciucchiano sul balcone. Poi vede anche come Turiddu va via di nascosto scendendo dal balcone, non senza prima fermarsi a cantare la siciliana per Lola davanti a casa sua. Ricordiamoci che questo pezzo è stato scritto da Mascagni per essere cantato in un interno. Dopo di ché, tre signore nel vialetto più Lola dal balcone indicano con il dito Santuzza come per condannarla (Ricordo che indicano con il dito in scena è contro il codice di buona educazione sul palco). In questo modo fanno a noi, persone del pubblico, uno sfacciato spoiler e in più fanno sembrare scema la povera Santuzza che attimi dopo chiede a Mamma Lucia “dov’è Turiddu?” pur avendolo appena visto. Questa scena priva di senso distrugge quello che per me sarebbe stata una buona e fedele versione del libretto.

Fantastico il Regina Coelis e il duo tra Santuzza e Mamma Lucia. Durante il duo di Santuzza e Turiddu, altrettanto meravigliosamente interpretato, Lola comincia la sua parte cantando sul balcone e poi scende. Non è scritto per essere rappresentato così, però dentro la mia mente classica e tradizionalista ci sta, mi è sembrata un’idea carina. Santuzza e Turiddu, pur essendo in questa versione una coppia davvero strana pensando all’estetica del teatro, lei alta e rossa, lui piccolino ed orientale, finiscono il duetto con una grandissima rabbia appassionata che ci lascia senza fiato. Più tardi, invece, trovo la recitazione di Turiddu molto fredda e per niente seducente nella scena del “Vino spumeggiante”, sembra abbattuto prima del dovuto. Quando Turiddu sfida Alfio a duello lo fa mordendolo all’orecchio come dice il testo ma poi, prima che si svolga il duello tirano fuori i coltelli e si sfidano di nuovo lanciandoli a terra. Non mi sembra che ci sia bisogno di questa seconda sfida. Poi devo anche fare unv inciso sul fatto che Santuzza rimane in scena ancora una volta e ascolta l’aria di addio tra Mamma Lucia e Turiddu. Finisco di scrivere sulla la versione della Wienner Staatsoper dicendo che La famosa frase “Hanno ammazzaato compare Turiddu”, è scrita per essere urlata da qualcuno del coro un paio di volte, e invece qui viene detta tre volte da tre chierichetti. Non mi sembra una brutta idea, ma è comunque una differenza notevole rispetto alle versioni più classiche visto che è una frase così famosa. A quanto so ci sono spesso forti litigi tra gli integranti del coro perché vogliono essere selezionati per dire questa frase.


Rispetto alla verisone del Festibal di Salisburgo non saprei nemmeno da dove cominciare. Il direttore scenico è così creativo che con un po’ più di impegno potrebbe avere portato a termine un’opera tutta sua senza necessità di stravolgere quella di Mascagni. Il palcoscenico è diviso in due piani, uno in alto e uno in basso che a loro volta sono divisi in diverse scene che o si illuminano contemporaneamente o a volte ne resta illuminata soltanto una. Nelle scene di sotto vediamo rappresentate una piazza e una taverna, e nelle scene di sopra una stanza della casa di Mamma Lucia e una asa di Turiddu e Lola, poi viene ogni tanto illuminato – sempre in alto – il balcone di casa di Lola. E questa è l’unica idea a mio parere intelligente e carina di questa scenografia, il fatto che mentre si sta svolgendo una scena con certi personaggi, possiamo osservare cosa fanno e come reagiscono gli altri personaggi nelle loro case o nel posto in cui si trovano.

Per il resto, se non fosse per il testo e la musica, potremmo davvero trovarci davanti a un’opera diversissima dalla Cavalleria. Il coro e i solisti sono vestiti come negli anni ’50 ma con delle tonalità grige, blu e bianche, freddissime; stesso vale per l’illuminazione, gelida a dire poco. Ogni scena sembra un film in bianco e nero degli anni ’30 e tutta la trama viene stravolta come se si trattasse di una storia di gangster nella vecchia Chicago. Alfio è una sorta di Al Capone di cui tutto il popolo ha paura, addirittura durante “Il cavallo scalpita” schiaffeggia dei tipi in una taverna che apparentemente gli dovevano dei soldi. L’inizio dell’opera è quanto meno scioccante. Turiddu e Santuzza fanno colazione insieme e hanno pure avuto un bambino che fa da chierichetto, ci manca soltanto il barattolo di Nutella sul tavolo. La Siciliana viene cantata da Turiddu nella sua camera, in mezzo al palco, mentre questo pezzo, come ho detto prima, è stato scritto per essere cantato da dietro le quinte. Durante il famosissimo intermezzo musicale, s’illumina una diapositiva gigante della faccia piangente di Santuzza, un’immagine talmente potente che distrae completamente dalla musica. Devo dire anche che in diversi momenti Turiddu e Lola si fanno vedere insieme da tutto il paese come se non ci fosse niente di male a tradire Santuzza. Mentre nelle versioni tradizionali non si vede mai il duello e come muore Turiddu perché avviene fuori dal paese. In questa versione , ovviamente fanno vedere la morte di Turiddu.

Quindi, dopo aver visto e analizzato questa rappresentazione di Cavalleria Rusticana, rubo la battuta a Mamma Lucia e dico anche io “aiutatelo voi, Santa Maria” (il direttore di scena).

Dialogo tra due persone che devono decidere di fare qualcosa assieme

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-Ciao Giovanni!! Come va?
Hai visto la programmazione di questo fine settimana nelal mio quartiere?

– Ciao caro! Abbastanza bene.. no posso lamentarmi…
No, certamente non l´ ho vista. Ti sembra che c`è qualcosa d´interessante?

-Si, ho visto che venerdì suonano alla Sala BlueX i Pata Negra, ti va di andareci insieme? Sicuramente ci divertiremo. Che ne dici?

– No lo so… venerdì preferirei restare a casa, di solito venerdì sera Anna viene a casa e guardiamo un film insieme e ordiniamo anche una pizza.

-Ma proprio questo venerdì? È un’occasione speciale, sai che di solito non suonano in
sale come questa, così piccole.. Su.. dai.. sicuramente ti piacerà, anzi per ché non viene
anche Anna?

-Perché no? No è mica una cattiva idea. Le chiederò se le va di venirci, tanto
così facciamo una cosa differente… Insomma si tratta di divertimento, no?

-Bene!! Quindi, giovedì mi confermi? Dobbiamo comprare i biglietti, ci sarà tanta
gente!!

L’INNO D’ITALIA E IL RISORGIMENTO

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Riferirsi all’inno d’Italia è riferirsi al Risorgimento e alla sua unità nell’ Ottocento.

Goffredo Mameli ha scritto l’inno a vent‘anni e rappresenta tutti i giovani italiani che si sono battuti per l’unità e contro l’antico regime. La sua forza è stata come quella del libro di Silvio Pellico “Le mie prigioni” che Matternich ha descritto affermando che “danneggiò l’immagine dell’Austria più di una battaglia persa.”

La musica dell’inno è stata composta da Michele Novaro quando era giovane, a ventinove anni. È stato compositore di molti altri canti patriottici e ha sostenuto i liberali italiani.

L’inno ricorda le gesta storiche degli italiani cominciando con la guerra fra il generale romano Scipione l’Africano e il cartaginese Annibale nel 202 avanti Cristo. Fa anche riferimento a Legnano, dove il tedesco Federico Barbarossa è stato sconfitto dai comuni lombardi nel 1176, nonché alla rivolta dei Vespri siciliani, in cui i cittadini si sono ribellati contro i francesi; mentre il riferimento a Balilla è al bambino che nel 1746 ha lanciato una pietra iniziando la rivolta di Genova contro gli austriaci.

Ma l’eroe più conosciuto della storia moderna italiana e senza dubbio Garibaldi, forse perché ha viaggiato per tutto il mondo e rappresenta il modello di combattente per la libertà e l’indipendenza dei popoli. Ha combattuto nella guerra d’indipendenza del Rio Grande contro l’impero brasiliano, quella dell’Uruguay contro l’Argentina e non l’ha fatto nella guerra civile americana perché non gli hanno confermato che sarebbe stata una guerra contro la schiavitù.

In Italia è stato un eroe, salvo per il re Vittorio Emanuele II e Cavour; quest’ultimo è stato accusato da Garibaldi nel Parlamento di preparare una guerra fratricida, Garibaldi si riferiva a quella che Cavour aveva preparato quando Garibaldi aveva voluto conquistare Roma senza l’autorizzazione del re.

Insomma, oltre ad essere stato un vero rivoluzionario che combatteva contro il colonialismo, è stato Garibaldi un ingenuo come dopo lo è stato il Che Guevara? E il Risorgimento è stato il falso cambiamento al quale si riferisce Tomasi nel Gattopardo: “Bisogna cambiare tutto per non cambiar niente”? Può essere vero, ma quello che è certo è che i personaggi idealisti come Garibaldi influiscono sulla mentalità dei popoli e alla fine sono questi che fanno la storia.

La prima impressione di un italiano

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Luglio 1982. Io avevo 15 anni. Ero in una colonia estiva a Paington (Inghilterra) con molti giovani di diverse nazionalità.

Alla mattina, avevamo un corso di inglese. Al pomeriggio, c’erano attività sportive e culturali all’aperto.

Il primo giorno, vedo fra la moltitudine un ragazzo con i capelli ricci e gli occhi verdi. Il suo sguardo era birichino, perfino un po’ sfacciato come se sapesse già che era molto bello.

Inoltre, era vestito di tutto punto: i pantaloni erano perfettamente coordinati con una polo che gli faceva risaltare la pelle abbronzata. Anche le scarpe erano belle.

D’altra parte, era ovvio che faceva parte del gruppo degli italiani: tutti parlavano molto forte, gesticolando tantissimo con le mani.
Tuttavia, siccome lui era circondato da ragazze italiane, anche loro con molto stile, pensavo che non c’era niente da fare.

Comunque, la prima sera in discoteca (senza alcol e solo fino a mezzanotte) desideravo rivedere questo ragazzo.

Dopo aver ballato da sola diverse canzoni con ritmo, improvvisamente si era sentita Ebony and Ivory, musica lenta per ballare in coppia. Mi sono seduta a riposare e ho visto che lui guardava fisso dall’altro lato della sala. Siccome dietro di di me non c’era nessuna ragazza, pensavo che sicuramente mi ero sbagliata. Improvvisamente, il ragazzo si è alzato e ha camminato verso me. Una volta che lui è arrivato, mi ha fatto l’occhiolino e mi ha detto : “Ciao, sono Corrado. Vuoi ballare con me?”

È facile indovinare che sono ritornata a Barcellona senza avere imparato appena l’inglese . Invece il mio livello d’ italiano era abbatanza fluido, lo stesso che le lacrime all’aeroporto, quando ci siamo separati.

Il destino ha fatto che cinque mesi fa, per fortuna, Corrado mi ha ritrovato su Linkedin. Parliamo ogni giorno. Non vedo l’ora di andare a casa sua a Castione della Presolana, a un’ ora in macchina da Milano.

Se vuoi diventare catalano, ti consiglio di prestare attenzione

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Comportarsi come un catalano

1. Le tre prove sulla cucina catalana

Il catalano sempre parla di cibo, a tutte ore, la cucina catalana è la più importante del mondo, e i migliori ristoratori sono catalani, non c’è dubbio (per i catalani). Ma, quando uno straniero vuole sentirsi come un vero catalano, ha tre prove culinarie: il primo, succhiare i calçots senza sporcare la camicia; il secondo, mangiare le lumache alla griglia, con il tipico aioli, e succhiare forte; e il terzo, bere il vino del porro senza toccarlo con le labbra, senza far cadere una goccia. Quando il fidanzato straniero di tua figlia ha superato queste tre prove, è benvenuto in famiglia.

2. Chiaro, il Tió non è un baule

Quando arriva il Natale tutte le case catalane con bambini cercheranno un Tió nel bosco -una nota per i poveri lettori italiani, il Tió è un pezzo di legno lungo circa 60 cm e largo circa 30 cm, possibilmente di quercia- e lo porteranno in sala da pranzo, dove lo copriranno con una coperta e un berretto, e ogni giorno i bambini, alla sera, gli daranno da mangiare perché quando arriverà il momento, cagherà i regali. È un compito molto importante, dal 13 al 24 dicembre, il Tió fa parte della famiglia, e il 24 viene battutto con il bastone finché non cadono i doni.

3. In Catalunya si cacciano i funghi

Non ho saputo mai se il passatempo dei catalani per andare nel bosco a cercare funghi è perché gli piace piaceva molto questo cibo, o veramente è per i ricordi dell’uomo selvatico che saltava e urlava come un animale. Quando è autunno, i catalani hanno una disperazione per andare a cercar funghi, al punto che i proprietari dei boschi hanno proibito l’acceso in molti paesini. Ma, al catalano non lo preoccupa, non fa niente, continua nella sua disperazione alla ricerca del cibo proibito che cucina come una squisita prelibatezza.

4. Ti canterò la danza della sardana

Contare, uno, due, tre, …. La danza tradizionale catalana non è molto festiva, non è espressiva come il flamenco, è una danza seria, .. e contare, uno, due, tre, … e ascoltare gli strumenti, … e contare, uno, due, tre, … quindi, la cosa piú importante é che l’intero cerchio danzerà come un corpo unico, non puoi avere qualcuno con ritmi diversi…. e contare, uno, due, tre, …. questa danza è inclusiva per tutti, uomo, donna, non importa il suo colore, la razza, ma deve sapere contare uno, due, tre,….

5. La torre umana

Tu sai perché i catalani fanno torri umane? Calmati, neanche loro lo sanno. Penso che sia il bisogno di contatto, di sentire la pressione del corpo contro il corpo, di annegare nella pinya, di sopportare i chili dell’amico grasso che ha detto che si sarebbe messo a dieta e non lo fa. Insomma, è una manifestazione di resistenza e sofferenza, e proprio per questo bellissima.

Il primo italiano che ho conosciuto

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Il primo italiano che ho conosciuto si chiamava Saverio. Era un ragazzo di Torino però che abitava a Barcellona da tanti anni, penso che fossero almeno dieci anni. Si era trasferito in questa città per lavoro e alla fine è rimasto a vivere a Barcellona.

Era una persona molto estroversa e gli piaceva tanto fare scherzi, e uno dei suoi hobby era fare spettacoli di strada.

Quando parlava usava sempre le mani per spiegare le cose e tutto quello che raccontava era intensificato, a volte non sembrava vero perché era molto esagerato, ma anche molto divertente.

Il suo cibo preferito era la lasagna anche se non sapeva cucinarla, ci ha fatto assaggiare tanti altri piatti della sua regione ma nei ristoranti della città ,che ce ne sono tanti.

Aveva una Vespa verde che guidava veloce per tutta la città come in Italia, e non parlava ancora bene lo spagnolo, il suo accento italiano era molto marcato. Sicuramente se avessi parlato con lui lo avresti scoperto subito.

Come diventare argentino in 5 semplici mosse

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1- Essere appassionato per il calcio: ognuno ha una squadra preferita del calcio nazionale. E tifa o per il River o per il Boca, come un matto.
Il calcio nazionale ha molte situazioni di violenza e quando scoppiano le risse tra i tifosi è una vera battaglia campale. Nei giorni in cui si giocano partite importanti si cerca di evitare l’area del campo di calcio, perché diventa terra di nessuno, la polizia non si fa coinvolgere .

2- Parlare in lunfardo: il lunfardo è un dialetto argentino derivato da diverse lingue (spagnolo, italiano, zingaro, ecc.) anticamente lo parlavano in ambiti criminali ma con il tempo è diventato il linguaggio del tango e posteriormente il linguaggio colloquiale dei popolo. Parole come : laburar che viene dal verbo italiano lavorare.

3- Pizza e pasta fresca: l’effetto dell´ immigrazione italiana ha influenzato il modo di alimentarsi degli argentini, si mangia molto la pizza e la pasta. In ogni quartiere c´è un negozio che fa pasta fresca, come ravioli, cannelloni (tutto fresco). Anche la pizza si mangia tanto. Ma è molto diversa dalla vera pizza napoletana. L’impasto è pìu spesso e con tantissima mozzarella.

4- La domenica con la familia: è molto tipico riservare questo giorno della settimana per andare a casa della nonna, o di qualche persona che ha il ruolo della “mamma della familia”, si mangia molto durante tutta la giornata. Vai a pranzare tipo alle 12 della mattina (o mezzogiorno) e ritorni a casa alle 20 o pìu tardi.

5- Amare il Mate: il mate è una specie di tè, ma si beve in modo diverso. Condividi il mate e non preoccuparti mai dei germi. Gli argentini lo bevono da qualsiasi parte , nel lavoro, all’università, con gli amici. La yerba mate ha molte proprietà che sono buone per la salute, questa abitudine viene dagli indiani nativi.

Margaret Atwood

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La scrittrice canadese Margaret Atwood non si considera femminista, eppure sono i diritti delle donne –o piuttosto l’assenza dei loro diritti- a costituire il tema principale dei suoi romanzi. Infatti, attraverso le sue storie vediamo le protagoniste sottomesse alla pressione e agli abusi di diverse società patriarcali estreme e poi seguiamo il loro processo di liberazione.

Atwood si serve del fantasy per descrivere la realtà: Spesso le sue protagoniste vivono in una società con dei valori in apparenza contrari ai nostri (distopia) o in una società futura in cui certe tendenze negative del presente diventano predominanti per un avvenimento storico andato diversamente (ucronia). Comunque, nelle sue società fittizie risuonano degli elementi che già esistono o esistevano nel passato e si riproducono i conflitti di potere tra i generi e i ceti sociali che esistono da quando l’uomo è uomo. Insomma, anche se lei dice che scrive senza uno scopo politico, i suoi testi costituiscono uno studio del potere e sono, quindi, politici.

Questo tipo di romanzi sulla liberazione femminile è diventato oggigiorno molto popolare perché le storie che raccontano sono come un eco dei cambiamenti recenti nelle nostre società occidentali. Le donne hanno capito che la normalità pretesa dal potere patriarcale è una bugia: hanno smesso di credere che sono inferiori e devono piegarsi ai capricci e alla prepotenza degli uomini. Adesso la donna vuole essere sulla scena pubblica e avere gli stessi diritti e opportunità degli uomini. Quando la società cambia, cambia anche la letteratura. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci che le donne sono consumatrici di beni culturali e rappresentano una fetta importante del pubblico lettore. Poi, la lotta per consolidare tutto quello che le donne hanno ottenuto in Occidente dagli inizi del ‘900 non è finita e bisogna continuare a promuovere la consapevolezza del nostro diritto a una vita giusta. E la letteratura, il cinema, il teatro, diffondono queste idee con molta efficacia.

IL BRIGANTAGGIO

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La storia è sempre raccontata dai vincitori e in un modo idealizzato. È meglio che la gente ricordi le gesta passate dei governi o dei re, e non che si rendano conto delle sconfitte e fallimenti. L’unità d’Italia e il Risorgimento sono stato miti che non si possono demolire facilmente. Tuttavia, oggi è noto che durante la lotta contro il brigantaggio sono morti più d’italiani che durante la campagna del Risorgimento.

La guerra per l’unità d’Italia era stata una speranza di miglioramento per i contadini italiani. Erano poveri e l’analfabetismo raggiungeva il novanta per cento della popolazione. Credevano di potere ottenere le terre e la libertà. Ma le terre non gli sono state distribuite e, invece di ricevere la libertà, hanno dovuto pagare tasse più elevate e lavorare le terre degli aristocratici, terre che erano amministrate da un “galantuomo” mentre i grandi nobili vivevano placidamente a Napoli. Una parte importante del popolo meridionale si è sentita tradita e ha risposto con la lotta armata, con il brigantaggio. Per molti era meglio lottare contro i soldati del re che andare alla guerra. La disciplina era ferrea, i delatori erano uccisi.

Nel 1861, dopo che l’esercito di Garibaldi era stato sciolto, sono cominciate le prime rivolte. A luglio trentuno comuni erano già in rivolta. Presto si sono aggiunti altri comuni. Nel 1862 ottantamilasettecento briganti si sono battuti contro i soldati, questi ultimi due anni dopo erano già centoventimila. Alcuni dei briganti erano stati soldati del re delle Due Sicilie Francesco II e non avevano potuto trovare un lavoro dopo la guerra. L’esercito non faceva prigionieri, anzi erano fucilati. La repressione è stata estesa a tutta la popolazione e per evitare di perdere il suo appoggio, i briganti hanno abbandonato i centri abitati e si sono rifugiati sulla montagna.

Nel parlamento Garibaldi e ventitré deputati hanno cercato di far finire la repressione, ma è stato inutile. Alla fine, i briganti sono stati sconfitti. Il poeta cosentino Vincenzo Padula scrisse: “Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione”

GLI INIZI DELLA SECONDA REPUBBLICA SPAGNOLA

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La dittatura del generale Primo de Rivera finì nel 1929 quando il generale Berenguer e poi l’ammiraglio Aznar cercarono di formare un governo monarchico. Il generale aveva fatto un colpo di stato sei anni prima con il consenso del re Alfonso XIII. Aznar indisse elezioni municipali che furono vinte dai repubblicani, che qualche mese prima si erano organizzati in quello che venne chiamato il patto di “San Sebastian”. Dopo le elezioni, le città di Barcellona e d’Eibar proclamarono la Repubblica e il catalano Francesco Macià proclamò la Repubblica Catalana all’interno della Repubblica Spagnola. Nel frattempo, Niceto Alcalá-Zamora proclamava la II Repubblica Spagnola a Madrid. Lo stesso giorno il re abbandonò la Spagna e se ne andò a Marsiglia.

La situazione politica ed economica internazionale non aiutò la Repubblica durante il periodo di pace né durante la guerra civile. In Italia governava Mussolini, in Germania il nazismo iniziava a dominare la scena polititca ed in Europa e in America si trovavano in una grave crisi economica. Fino al dicembre 1931 Niceto Alcala-Zamora, e poi Manuel Azaña, furono i presidenti del governo provvisorio. Il 15 dicembre 1931 venne approvata la Costituzione della Repubblica. I primi obiettivi del governo furono la riforma agraria, quella dell’esercito e la secolarizzazione dello stato. Rispetto alla Catalogna, dopo la proclamazione della Repubblica Catalana da parte di Francesco Macià, i negoziati con il governo spagnolo finirono con l’accordo che sanciva di presentare al parlamento spagnolo lo Statuto di Nuria, che poi fu modificato dal parlamento spagnolo, cosa che accade anche qualche anno fa con lo statuto del 2006.

Nelle elezioni delv mese di giugno 1931 i partiti di sinistra vinsero, il centrista Niceto Alcalá-Zamora venne eletto presidente e Manuel Azaña capo del governo. Si approvò una costituzione repubblicana, si continuò con la riforma agraria e si iniziò un’ampia riforma educativa. Tuttavia, Azaña voleva rimuovere i socialisti dal governo e alla fine del 1933 convocò elezioni che furono vinte dal Partito Radicale e dalla Ceda, un partito cattolico e di destra. Allora cominciò quello che venne chiamato il biennio nero. Si sospesero la riforma agraria e la riforma religiosa e i minatori asturiani si ribellarono contra il governo. La Legione, comandata dal generale Franco, soffocò la rivolta con una dura repressione. Nel frattempo, in Catalogna, dopo che Companys proclamó la Repubblica Catalana, l’esercito arrestò Azaña e molti dirigenti catalani. Un poeta come Antonio Machado espresse la situazione con il suo poema “Españolito” (Spagnoletto): “C’è uno spagnolo che vuole vivere e comincia a vivere, tra una Spagna che muore e una Spagna che sbadiglia, spagnoletto che sei arrivato al mondo ti guardi Dio, una delle due Spagne ti gelerà il cuore.”