La Presa della Bastiglia.

La presa della Bastiglia accadde il 14 di luglio 1789 a Parigi quando cominciò la Rivoluzione Francese ed è stato un punto importante per segnare un passo decisivo verso la vittoria della Repubblica e verso la democrazia.

Quella fortezza medievale era una rappresentazione potente e temibile del potere assoluto della Monarchia Francese, un simbolo inconfondibile della sua autorità e del controllo onnipotente sul territorio del paese e sulle sue colonie.

Nel corso negli anni la Bastiglia aveva svolto la funzione di una prigione per nobili e aristocratici condannati dal sistema politico. Si dice che lì furono imprigionati molti senatori senza nemmeno un processo né una difesa giuridica. Bastava solamente una decisione del re per fare sparire chiunque per sempre.

Sotto il regno di Luigi XVI il paese era stato immerso in una profonda e lunga crisi economica e finanziaria a cui l’ aveva portato l’intervento della Francia nelle guerre di indipendenza negli Estati Uniti.

Di fronte alla carestia e alla fame nera cresceva lo scontento e la sventura della popolazione francese. Mancava di tutto. Gli alti prezzi degli alimenti dovuti alla speculazione diedero luogo a saccheggi di negozi e magazzini. Una rivolta tipica di fame e disperazione. Era un momento adatto a produrre un conflitto armato.

L’insurrezione si propagò in tutta la nazione. Il popolo formò corpi di guardie nazionali per controllare l’ordine pubblico, che dopo furono legalizzati dall’Assemblea Nazionale.

Al giorno d´oggi il 14 luglio si celebra una festa nazionale che commemora quell´avvenimento e simbolizza l´unione della nazione francese.

Le donne afgane

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Quante di noi, donne che hanno la fortuna di vivere nei paesi occidentali, appena sentita la notizia che nel lontano Afganistan i talebani erano tornati al potere, si sono sentite agghiacciate, pensando alla sorte che aspettava le donne afgane… Chi di noi ha dimenticato la loro situazione durante il primo periodo talebano : la privazione dei diritti, la negazione del loro ruolo nella società, le umiliazioni.

Quando nel 2001 i talebani furono cacciati, le donne tirarono un sospiro di sollievo, sperando di non essere più considerate come oggetti in balia del desiderio dei maschi. Purtroppo sono bastati pochi giorni per distruggere tutte le speranze – ma dove era l’esercito che avrebbe dovuto difendere il governo e il popolo? Secondo fonti affidabili a ogni afgano che avrebbe accettato di arruolarsi nelle truppe dei talebani sarebbe stata consegnata una donna – i capi villaggio, che fuori dalle grandi città rappresentano il potere, avevano avuto il compito di fare setacciare il territorio per trovare ragazze e giovani donne da «regalare» ai nuovi Mujaheddin, che erano liberi sia di prenderle in sposa sia di prostituirle.

In questi ultimi giorni le notizie che filtrano dall’Afghanistan sono pessime – ed è sempre più chiaro che i talebani non sono minimamente cambiati, come ci si poteva aspettare nonostante le loro prime dichiarazioni. Era stato assicurato che le donne avrebbero potuto studiare e lavorare – in realtà le scuole hanno riaperto con i soli maschi, e nelle Università studenti e studentesse devono essere seduti in spazzi separati. E se oramai le bambine non possono più frequentare la scuole, nel futuro non ci saranno più ragazze nelle università. Le donne che si presentano al lavoro si trovano di fronte un talebano che gli intima di tornare a casa dove è il loro posto secondo la legge islamica. Ultimamente è arrivata la notizia che il Ministero delle Affari femminili è diventato Ministero di Promozione della virtù e della Prevenzione dal vizio – come vent’anni fa, durante il primo periodo talebano. Questo la dice lunga sul programma dei nuovi padroni di Kabul…

I religiosi afgani hanno un’ interpretazione particolarmente rigida della la legge islamica, soprattutto per quello che riguarda le donne. I divieti sono infiniti, per evitare che le donne «corrompano» i maschi, provocando in loro desiderio sessuale – il che dà dei maschi afgani, e mussulmani in generale, l’immagine di esseri assai deboli, incapaci di controllare le proprie pulsioni… Le donne non devono ridere, hanno l’obbligo di muoversi in silenzio. Il loro corpo deve essere coperto dalla testa fino ai piedi – se una donna esce di casa con le caviglie scoperte può anche essere picchiata nel bel mezzo della strada, nessuno alzerà un dito per difenderla. Per questa ragione gli è vietato fare sport – potrebbe scoprirsi una caviglia, la cui semplice vista provocherebbe la corruzione dei maschi (tutti purissimi come si sa bene).

Le afgane devono rimanere tra le mura domestiche, hanno il diritto di uscire soltanto per fare la spesa e devono essere accompagnate da un tutore maschio della famiglia. Guai alla donna che fosse vista camminando sola per la strada! Simbolo della schiavitù nella quale sono di nuovo precipitate le donne afgane è l’orrendo burqa, che i nuovi padroni di Kabul cercano di imporre a tutte quando escono di casa e che copre il corpo intero con una retina all’altezza degli occhi. Il burqa consente di vedere senza essere vista. Il corpo delle donne deve sparire dallo spazio pubblico.

IL RUOLO DELL’UOMO NELLA NATURA

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L’idea che l’uomo sia all’apice dell’evoluzione è sbagliata biologicamente. Perché saremmo noi migliori di un qualunque essere vivente? Certo, abbiamo il nostro cervello, che non ha paragone con il resto della natura, ma il fatto che siamo in grado di fare e creare delle cose che gli altri animali non possono fare non significa che siamo migliori. Questa non è una misurazione obiettiva che ci permetta di compararci con le altre specie.

Per trovare tale misurazione obiettiva dobbiamo chiederci qual è l’obiettivo primario degli esseri viventi e in funzione della risposta misurare l’efficacia delle diverse specie per raggiungere questo obiettivo. Ricordo che una volta, tanti anni fa, dopo la nascita dei miei gemelli e parlando di un eventuale quarto figlio nel futuro -che io non volevo-, mia madre mi aveva detto: E va beh, tanto, tu hai già compiuto. Ero rimasta sorpresa. Di che dovere mi stava parlando? Perché avere dei figli può essere considerato un dovere? Un dovere riguardo alla nostra famiglia, al nostro paese, alla società in generale? Senza accorgersene, mia madre aveva in mente la continuazione della specie e il ruolo che ciascuno assume in modo inconsapevole per garantirla.

Infatti, è questo il principale scopo di un essere vivente: propagare la sua specie. E il successo o il fallimento di una specie  va misurato  a seconda della sua capacità di sopravvivere. Però l’uomo è apparso soltanto 300.000 anni fa,  mentre la vita media di una specie (dalla sua apparizione fino all’estinzione) è di 5 milioni di anni. Questo vuol  dire che per arrivare soltanto alla media delle altre specie, dovremmo esistere ancora fra 4.700.00 anni. Crediamo davvero di poter arrivarci?  Tutta la nostra civiltà è incompatibile con la sopravvivenza della nostra specie e anche del mondo. Il nostro cervello straordinario è un accidente della natura e forse non costituisce un vantaggio evolutivo: per esserlo dovremmo verificare che ci permetterà di vivere più delle altre specie. E quello che sta succedendo è piuttosto l’opposto. Per funzionare, la meravigliosa tecnologia che il nostro cervello ha creato deve distruggere l’ambiente in cui viviamo. Alla lunga, questo non può andare avanti.

Siamo soltanto una delle tante specie e la nostra sopravvivenza è legata alla sopravvivenza delle altre specie, non soltanto degli altri animali, ma anche –e forse, soprattutto- delle piante. L’insieme degli animali sulla Terra (l’uomo compreso) rappresenta lo  0,3% della biomassa, mentre le piante ne rappresentano l’85%. Pensiamo che le piante siano inferiori agli animali, perché sono soggette alla predazione e non possono muoversi. Ma la realtà è tutt’altra.

Proveniamo da un solo antenato comune che si è diviso 500 milioni de anni fa in funzione di una scelta cruciale: le piante rimangono ferme e prendono tutta l’energia dal sole. Gli animali, invece, puntano al movimento e attraverso il movimento si procurano l’energia di cui hanno bisogno. Il fatto che le piante siano mangiate dagli animali non è un problema per loro: la loro organizzazione interna permette che fino a una certa soglia possano essere mangiate senza che questo metta in pericolo la loro sopravvivenza.

L’organizzazione degli animali si basa su un cervello che governa degli organi specializzati in una funzione. La cosa fondamentale per un animale è la capacità di muoversi, e per arrivarci, il modo migliore è avere un organo dominante. Tutte le nostre organizzazioni sociali, politiche, religiose, d’altronde, sono costruite secondo lo stesso modello. Il vantaggio di questa organizzazione è che garantisce una risposta veloce. Ma ha mille svantaggi: se il cervello oppure il pancreas o il cuore si rompono, moriamo. Se il potere centrale di una civiltà è distrutto, allora questa civiltà crolla. Questo tipo di organizzazione è perciò molto fragile.

L’evoluzione delle piante, invece, si è fatta in base a un’organizzazione opposta: hanno diffuso tutte le loro funzioni. Vedono, sentono, reagiscono, con tutto il corpo. Si può eliminare il 90% del corpo di una pianta e, ciononostante, la pianta continuerà ad essere viva. Ha, per altro, una capacità di adattarsi ai cambiamenti che gli animali non possiedono. Noi utilizziamo sempre la stessa soluzione basata sul movimento: quando c’è un problema, ci spostiamo. Le piante risolvono il problema adattandosi. Inoltre, siccome la loro organizzazione è decentralizzata, le piante non possono permettersi di perdere informazione e  perciò sono capaci di cooperare con altre piante, quando gli animali stabiliscono tra di loro piuttosto una competizione che una cooperazione.

Tutte queste considerazioni ci fanno vedere che dobbiamo ripensare il nostro ruolo e ritrovare il nostro senso di appartenenza alla natura. Facciamo parte della rete di esseri viventi, la nostra non è una specie superiore alle altre, e se non ci prendiamo cura del pianeta, anche noi saremmo distrutti.

Intelligenza artificiale

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Uno strumento che sta diventando importantissimo nel funzionamento delle nostre società moderne e che verrà utilizzato sempre di più in tutti gli aspetti della nostra vita è l’intelligenza artificiale. Noi supponiamo che le macchine, non avendo emozioni, siano capaci di prendere delle decisioni neutrali. Tuttavia, dobbiamo ammettere che in certi casi gli algoritmi si sbagliano e arrivano a delle conclusioni aberranti. Com’è possibile, ad esempio, che una funzione di categorizzazione automatica in Photos di Google abbia identificato come immagini di gorilla qualche foto di persone nere?  O che il filtro utilizzato dall’applicazione Face-up per far apparire le persone più belle abbia dato alle persone nere una pelle più bianca? O, infine, che il motore di ricerca di Linkedin ai suoi inizi sembrerebbe essere stato sessista perché trasformava il nome di una donna in un nome maschile come se stesse suggerendo che un uomo fosse più idoneo di una donna per un posto di lavoro?

Le macchine hanno quindi dei pregiudizi? Dobbiamo diffidare di loro?

In realtà, quello che succede è che siamo noi ad avere dei pregiudizi, sia positivi che negativi, e senza accorgercene, questi pregiudizi appaiono tra i dati con cui alimentiamo gli algoritmi. Poi il machine learning continua ad allenarsi e, privo del “buon senso” umano che ci permette di discernere e così evitare conclusioni contrarie alla realtà, questi pregiudizi vengono enfatizzati. Per garantirne dei risultati giusti dovremmo capire come funziona l’intelligenza artificiale e vedere in base a cosa prende le sue decisioni. E quando non è possibile capire gli algoritmi, perché diventano sistemi troppo sofisticati, almeno dobbiamo poterne verificare l’obiettività.

Infatti, quando si addestra un algoritmo per stabilire, ad esempio, che taglia va bene a una persona in funzione della sua altezza oppure a che prezzo si può vendere un appartamento in funzione del numero di stanze che ha, quello che facciamo è mettere in correlazione due fatti. Ma questa correlazione non implica che l’uno sia la causa dell’altro e questo la macchina non lo sa. Un esempio  in cui ci sono tre foto di persone in una cucina (due donne e un uomo) illustra questo problema: l’algoritmo sbaglia deducendo che le tre persone sono delle donne. Cos’è successo? Siccome nelle scene di cucina utilizzate per addestrare l’algoritmo c’erano maggiormente delle donne, l’algoritmo ha deciso, generalizzando l’informazione ricevuta, che se c’è una persona in cucina questa debba essere una donna. Infatti, se utilizziamo dei dati erronei per addestrarlo, l’algoritmo imparerà un ragionamento sbagliato.

Nei casi citati prima, questo non ha delle conseguenze importanti, ma tradotto in un altro contesto, come ad esempio in un tribunale che deve stabilire la pena da comminare a un imputato tramite un algoritmo, se questo è addestrato con dei dati che contengono dei pregiudizi, il risultato non sarà imparziale. Negli Stati Uniti c’è un algoritmo di “risk assessment” o valutazione di rischio, utilizzato dai giudici, che stabilisce, sulla base di 150 parametri, le possibilità che l’imputato commetta dei nuovi reati. Le persone di colore sono svantaggiate da questo algoritmo. È vero che nelle prigioni degli USA c’è una maggioranza di persone nere, ma questo si spiega in molti casi per la loro situazione socio-economica sfavorevole. L’algoritmo invece ha soltanto correlato l’aspetto fisico dei delinquenti, senza prendere in considerazione gli altri aspetti, e ha deciso che ci sono molte probabilità che una persona di colore sia recidiva. 

Questo è molto pericoloso per noi tutti, perché gli algoritmi vengo utilizzati sempre di più e in tutti i campi. Quindi lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale deve passare per una collaborazione tra l’informatica e la sociologia, la psicologia, la filosofia, e il problema va affrontato oggi stesso, prima che sia troppo tardi.

I CAMBIAMENTI DEL LINGUAGGIO IN RISPOSTA A DELLE CONSIDERAZIONI SUI GENERI.

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Da qualche anno c’è una discussione in corso nel nostro mondo occidentale –e soprattutto per quanto riguarda le lingue romaniche, che sono gendered (cioè che hanno il genere grammaticale e non utilizzano il neutro) – sul maschilismo nel linguaggio. Questa discussione abbraccia diversi argomenti che vanno dall’uso del femminile per certe professioni prima riservate agli uomini, al linguaggio inclusivo che vuole cancellare la distinzione tra femminile e maschile utilizzando tutte e due le forme. Le opinioni sono, come accade in tutte le discussioni, divise, perfino opposte.
Un esempio di questo conflitto viene illustrato dall’articolo sulla musicista Beatrice Venezi, che rifiuta per sé l’utilizzo del titolo “Direttrice d’orchestra”. Il suo argomento è che il titolo è “Direttore d’ orchestra” e mettendolo al femminile non ha lo stesso valore. Insomma, secondo lei, il titolo sarebbe autorevole solo al maschile.

Nel suo articolo uscito sul sito Lavaligiablu, Vera Gheno parla dell’opportunità oppure della correttezza o meno di declinare al femminile i titoli di professioni. Vuole togliere di mezzo i pregiudizi, preconcetti e false credenze in torno alla suddetta questione. Parte dall’esempio di due parole (rettore, arbitro) che al femminile sono spesso al centro del dibattito per dirci che, infatti, la forma femminile (rettrice, arbitra) esisteva già in latino e dev’essere considerata quindi corretta. Poi fa un lungo elenco delle obiezioni più comuni all’uso del femminile e ci spiega perché non hanno senso né dal punto di vista storico né dal punto di vista lessicale.

Si sente spesso dire che i femminili sono cacofonici, ma ci sono molte parole in una lingua che non suonano bene e le utilizziamo lo stesso: infatti, utilizziamo i termini che ci servono, non quelli che ci “suonano”. La questione del “suono” è rilevante soltanto nell’ambito della letteratura. Altre persone dicono che non si può utilizzare “ministra” perché ricorda la parola “minestra” o “architetta” perché è troppo vicino a “tetta”. Ma tante parole ne ricordano altre, magari comiche o volgari, tuttavia questo non impedisce a nessuno di utilizzarle. Un’altra obiezione è che la forma femminile di certe parole esiste già per significare un’altra cosa, come “grafica” che indica l’insieme delle caratteristiche grafiche di qualcosa e anche la donna con questa professione –quest’obiezione però dimentica che anche “grafico” ha due significati: il professionista e lo schema. Il fenomeno della polisemia, cioè una parola con diversi significati, è qualcosa di comune nelle nostre lingue e il significato si capisce comunque dal contesto. Neanche quest’obiezione può essere quindi ritenuta valida. Si sente dire anche che non bisogna mettere al femminile i nomi delle professioni che sono sempre stati al maschile. Questo non è vero: i nomi di professioni al femminile sono documentati sin dall’antichità classica (cita come esempio Dante che parla di una ministra). Molte parole esistevano ma non erano utilizzate perché nel passato le donne non potevano esercitare quelle professioni per pregiudizi patriarcali.

Tra le altre obiezioni che Vera Gheno contesta, troviamo quella -collegata alla polemica suscitata da Beatrice Venezi- che allude all’uso svilente del femminile, secondo la quale il senso di un nome di professione al femminile è “meno alto” del suo senso al maschile. Questo non è legato al significato della parola, afferma lei, ma alla sua connotazione.
Vera Gheno sostiene che mettere i nomi di professioni al femminile rappresenta la normale evoluzione linguistica dovuta ai cambiamenti in corso nella nostra società e cultura. Ci ricorda d’altronde che le parole che utilizziamo ci definiscono agli occhi degli altri. L’uso di un termine rispetto a un altro è collegato a dei fattori sociali, culturali ed ambientali. Ciò che viene nominato, dice lei, si vede meglio: nominare le donne che lavorano in professioni prima esclusivamente maschili può contribuire a normalizzare la loro presenza. Personalmente sono totalmente d’accordo con lei.

Il terzo articolo riassume il contenuto del discorso pronunciato dal Presidente Mattarella per il Giorno Internazionale della Donna, dove sottolinea l’importanza del rispetto nel combattere il femminicidio e i pregiudizi contro la donna. Il rispetto è alla base della democrazia e della civiltà. S’intende per rispetto il fatto di riconoscere all’altra persona con le sue specificità, la stessa dignità che ognuno riconosce a sé stesso. E questo comincia proprio dal linguaggio. Parole di odio o disprezzo verso la donna generano o alimentano stereotipi e pregiudizi. Mattarella ci ricorda che il rispetto s’impara: l’educazione in questo senso fin da piccoli è essenziale. La parità di genere, dice lui, è una grande questione culturale e educativa.

Per quanto riguarda il linguaggio inclusivo, molto alla moda in Francia, io lo trovo addirittura ridicolo. Deforma la lingua e fa di una cosa che dovrebbe essere semplice e comprensibile un qualcosa di complesso e incomprensibile. Per me è un ostacolo in più alla comunicazione imposta dal politically correct oggi così tanto valutato. La lingua riflette sicuramente il pensiero delle società maschiliste del passato ma non si può cambiare da un giorno all’altro per leggi e normative opposte all’uso corrente che ne fanno le persone. E poi tutte le lingue tendono naturalmente alla semplificazione per essere più efficaci e non l’opposto.

Dalla Signora delle camelie alla Traviata

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Alexandre Dumas Jr scrisse il romanzo “La signora delle camelie”, pubblicato nel 1848. Giuseppe Verdi compose  “La Traviata”, rappresentata per la prima volta nel 1853.

Essendo amante dell’opera del romanticismo è quasi scontato dire che La Traviata sia una delle mie opere preferite. L’ho vista dal vivo innumerevoli  volte, dalla platea e tra le quinte. Nel teatro dove io lavoro si rappresenta diverse volte tutti gli anni e per mia gioia  sono sempre stata tra le ballerine scelte per interpretare il corto ma vivace balletto del terzo atto. È ormai una mia abitudine arrivare un’ora prima dello spettacolo per truccarmi e pettinarmi. Poi mi infilo tra il pubblico del loggione per guardare il primo atto, durante il secondo atto mi scaldo e finisco di prepararmi, entro in scena all’inizio del terzo atto e poi rimango fino alla fine dell’opera tra le quinte in una sorta di estasi dovuta alla meravigliosa delicatezza e sensibilità della musica di Verdi e alla tragedia della storia. E siccome il secondo atto non riesco mai ad ascoltarlo, spesso quando arrivo a casa prendo il mio vinile della Traviata e lo ascolto mentre sorseggio un bicchiere di vino. Mi fa emozionare, mi fa sognare e mi fa pensare a quanto sia necessiario  approfittare ogni bel momento della vita. Per anni ho ascoltato e ammirato la traviata, è quest’opera deliziosa  che mi ha spinta ad ascoltare ed innamorarmi di tante altre opere di Verdi, è lei che mi ha fatto decidere di leggere la biografia di Verdi.

 È una delle opere più rappresentate dei nostri tempi ma è stata un fiasco il giorno della prima nazionale. Verdi l’aveva ambientata nella seconda metà dell’Ottocento, ma i dirigenti del teatro La Fenice di Venezia decisero che una storia così trasgressiva per quell’epoca non poteva essere rappresentata come contemporanea ma che dovevano situarla nel passato. Così l’opera fu gravemente criticata e non si  mise in scena fino ad un anno più tardi in un altro teatro di Venezia, questa volta però trasportandola ai tempi di Verdi. E per nostra fortuna, questo secondo  tentativo  fu un successo colossale.

Ebbene, essendo un’eterna innamorata della Traviata, e conoscendo questi aneddoti, non mi ero mai preoccupata di leggere il romanzo di Dumas che ha ispirato Verdi a comporre la sua opera più romantica. Ma è stato questo scorso febbraio che una  domenica mattina di pioggia ho preso in mano il libro e l’ho letto tutto  dall’ inizio alla fine. Non avrei mai pensato che il romanzo mi facesse fremere quanto l’opera. Certo, ad ogni capitolo che leggevo canticchiavo tra me e me la musica di Verdi corrispondente a quel pezzo della storia. La Signora delle camelie è una deliziosa tragedia che fa emozionare, e leggendo il libro ho capito tante altre cose della  musica della Traviata. Quella tristezza lacerante che ho sentito leggendo l’inizio del romanzo è quella che mi trasmettono le note di Verdi, che con la sua musica (e il libretto di Piave) descrive alla perfezione ogni personaggio e ogni tratto della storia, così come le parole di Dumas. Per diversi motivi il compositore non poté mantenere la trama originale, cambiò i nomi dei personaggi, e cambiò anche la fine della storia. Nella versione di Verdi, gli amanti s’incontrano appassionatamente un’ultima volta prima che lei muoia, e così si perdonano a vicenda e sognano insieme un futuro che non potrà mai avverarsi. Un finale che è assolutamente un grande colpo di scena. Fa venire i brividi di emozione allo spettatore e probabilmente l’opera non avrebbe avuto tanto successo se non fosse per questo ultimo incontro degli amanti prima della fatidica morte di Violetta. Invece, nel romanzo originale, gli amanti non si rincontrano mai, ma Armando, volendo vedere Margherita per un’ultima volta, fa addirittura aprire la sua tomba. La prosa di Dumas in questo capitolo è di un’accuratezza unica, il cuore mi si è gelato in petto per un istante. Questo passaggio Dumas non lo scrive alla fine del romanzo ma all’inizio. Sì, è proprio l’inizio del libro. Meravigliosamente agghiacciante. Si potrebbe dire che Verdi omette questo passaggio e non comincia dalla fine della storia ma da quando Violetta ed Alfredo si incontrano in una festa, dopo essersi conosciuti previamente e cominciano la loro storia d’amore. Invece, io penso che l’ouverture  dell’opera sia proprio il presagio di come finiranno queste due ore di musica celestiale. L’inizio dell’ouverture somiglia molto all’inizio dell’ultimo atto, prima del grande incontro e della morte di Violetta. Quindi, forse Verdi non potendo copiare esattamente la storia di Dumas ha comunque voluto fare un riferimento al romanzo cominciando dalla fine e facendo dell’ouverture della Traviata una sublime metafora del tragico inizio del libro.

Quella domenica mattina non avrei potuto fare  una scelta migliore che leggere il libro della Signora delle Camelie. Ora quasi rimpiango non averlo letto prima perché oltre ad essere state delle ore di lettura indimenticabili, mi ha fatto apprezzare l’opera di Verdi ancora di più.

La magia di una canzone

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La musica ha un potere speciale: Poter viaggiare nel tempo.

Una canzone non è solamente un ritornello che rimane in mente, un testo o una melodia orecchiabile. Una canzone ti permette di fare sempre un viaggio nel passato. Nella tua infanzia, nel primo amore (e anche nell’’ultimo)… Ma soprattutto, in tantissime occasioni, la musica parla di disamore, di cuori spezzati… gli esseri umani siamo così… ci piace sempre scrivere o comporre del nostro dolore. Il dolore è arte, le lacrime sono arte. Penso che la ragione sia che tutti parliamo di dolore perché è una maniera di guarire le ferite.

Ma io non parlerò di tristezza, perché il mondo è pieno di cose brutte. Preferisco andare indietro, al passato… 1992. Il sogno di Barcellona di diventare città olimpica è già una realtà. Sul palcoscenico, due persone, un uomo e una donna. Due voci che sembrano di un altro pianeta. La canzone, ‘Barcellona’. Un inno. È difficile spiegare con parole quell’interpretazione. Io avevo sette anni e vedevo solamente magia. Pensavo ‘sembrano due angeli’. Io a sette anni credevo negli angeli (e in tutto quello che mi spiegavano), e ovviamente quelle voci non erano umane. Ora penso un po’ lo stesso. No, quelle due persone non erano del nostro stesso pianeta Quelle voci erano, semplicemente, un regalo. Un bellissimo regalo fatto da Montserrat Caballé e Freddie Mercury.

Nel 1992 io non lo sapevo ancora, ma una di queste due stelle era ormai spenta…Mercury era morto un anno prima, nel 1991. Ma sapete una cosa? Non è vero. Lui è vivo. Ogni volta che qualcuno ascolta la sua musica, Mercury ritorna in vita. Anche la Caballé. Quando suona ‘Barcellona’ tutti e due ritornano sul palcoscenico. Questo è il gran potere della musica.

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Barcellona, 2 giugno 2021


Alla c.a del responsabile dell´Ufficio del personale,


con riferimento all´offerta di lavoro pubblicata dalla Vostra azienda sul sito Infojobs il 21 maggio u.s. vorrei sottoporre alla Vostra attenzione il mio CV, sperando che possa essere di Vostro interesse.

Sono laureata in Psicologia e appassionata del mondo delle risorse umane. Avendo lavorato per più di dieci anni in questo settore ho maturato un’amplia esperienza e conoscenze che penso posano contribuire alla Vostra attività aziendale.

Sono una persona responsabile, attenta, dinamica e a cui   piacciono le sfide. Avendo fatto l’Erasmus a Londra e lavorato con ditte straniere parlo bene l`inglese. Conosco l`italiano e anche un po’ di francese.

In base all’offerta di lavoro e le competenze richieste da Voi, ritengo di poter sviluppare il lavoro nel modo più efficiente , dato che sono estremamente motivata a lavorare nella Vostra azienda.

Restando a disposizione per qualsiasi chiarimento, allego il mio CV con il consenso al trattamento dei dati personali da me forniti.

Rimanendo in attesa di un cortese risconto, Vi porgo distinti saluti.

NON TUTTI SIAMO UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE

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La legge spagnola stabilisce importanti sanzioni se non si pagano o dichiarano le tasse.  Se non si può pagare si fa solo una dichiarazione, e allora la sanzione è insignificante. Qualche anno fa si è permesso di regolarizzare le proprietà che non erano state dichiarate al fisco, con una sanzione inferiore a quella che si sarebbe dovuta pagare se il fisco lo avesse scoperto. Se si sa che una persona non ha dichiarato le tasse,  le agenzie fiscali si vedono costrette a procedere a un controllo fiscale affinché questa persona non possa evitare la sanzione.

Si sapeva, non solo attraverso i giornali ma anche perché era indagato dall’amministrazione svizzera, che Juan Carlos I aveva ricevuto 65 milioni di euro dal re dell’Arabia Saudita, somma che non aveva mai dichiarato al fisco. Quando questo è accaduto, nel 2018, lui non era più re e aveva perduto il privilegio dell’inviolabilità. Non è stato fino a questo 2021 che il fisco spagnolo ha iniziato un controllo fiscale. Nel frattempo, Juan Carlos ha regolarizzato una parte del suo patrimonio e così ha eluso severe sanzioni. Questa inattività dell’amministrazione è prevista nell’articolo 408 del Codice Penale con queste parole: “l’autorità o funzionario, che mancando  agli obblighi del suo incarico, lasciasse intenzionalmente di promuovere la persecuzione dei delitti di cui sia a conoscenza o dei  loro responsabili…”.

Nessuna procura (in Spagna si denomina “fiscal”)  ha fatto niente per perseguire i reati del re. Il fisco sembrava non saperne niente, ma ha agito molto diversamente con quelli che in Catalogna avevano organizzato un referendum o con quelli le cui canzoni scandalizzavano e sono andati in prigione per aver offeso la monarchia. È chiaro che non tutti siamo uguali davanti la legge!

L’ETICA NELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

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Gli esseri umani hanno una moltitudine di pregiudizi. Alcuni sono razzisti, altri sessisti o politici. Come il proprio nome indica, si tratta di idee che non sono basate sulla ragione e che spesso provengono da passate esperienze. Oppure, come si   racconta che Goebels dicesse, una bugia ripetuta mille volte diventa una verità. Non tutti i pregiudizi sono negativi. Si afferma per esempio che gli svizzeri sono sempre puntuali, che i giapponesi sono molto educati. Comunque, i pregiudizi sono sempre pre-giudizi e non ci lasciano agire ragionevolmente.

Le macchine, hanno pregiudizi? Ovviamente non da sole, ma noi possiamo programmarle con i nostri. Oggi, gli algoritmi delle multinazionali dell’informatica hanno informazioni sulle nostre caratteristiche sociali ed economiche, sanno dove abitiamo, dove lavoriamo, che cosa ci piace comprare, chi sono i nostri amici e anche aspetti della nostra salute. Questi algoritmi si sbagliano spesso. La correlazione tra due fatti non implica necessariamente che uno sia la conseguenza dell’altro. La criminalità negli Stati Uniti è grande nei quartieri della gente di colore.  Ma questo non significa che esista una correlazione fra il colore della pelle e la tendenza a delinquere. Semplicemente per la storia degli afroamericani, la povertà e la mancanza d’educazione sono correlate con la delinquenza.

Si deve prevenire l’uso improprio degli algoritmi. Sarebbe accettabile che Google associasse la povertà con il colore della pelle? O la pigrizia con gli ispanici? Forse sì, ma purché si chiarisca che è un’opinione di alcune persone e non una realtà obiettiva. In Francia Macron ha proposto di creare una commissione per studiare questa problematica. In Italia esiste già la Carta di Diritti in Internet che stabilisce che le decisioni importanti nella vita dei cittadini non saranno prese solo con algoritmi.

Potremo vivere nel futuro senza la paura che Il Grande Fratello ci sorvegli?